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Luigi Diberti, il Passatore in carne ed ossa

 

 

Il Corriere di Romagna ha pubblicato un'intervista all'attore che interpretò il Passatore nello sceneggiato televisivo (basato sui testi di Francesco Serantini e con l'adattamento di Tonino Guerra) trasmesso dalla Rai nel 1977. Il ricordo di quella esperienza nelle parole di Luigi Diberti

 

Ravenna, 1977: alla Ca' de Ven Luigi Diberti e Tina Aumont ("la Mora" nello sceneggiato) festeggiano la conclusione delle riprese

Il 23 marzo 1851, centosessanta anni fa, con l’uccisione di Stefano Pelloni si concludeva la breve epopea criminale del Passatore. Accerchiato, insieme al suo compagno Giazzolo, affrontò i soldati papalini a viso aperto, sparando all’impazzata. Come Butch Cassidy e Sundance Kid, anche se l’ultima sfida di  Pelloni avvenne nelle campagne di Russi. Moriva l’uomo e nasceva subito la leggenda.  Ancora oggi parlare del Passatore senza alimentare polemiche è impresa ardua. E più si accumula la ruggine  delle discussioni più accresce lo splendore  sul falso mito che avvolse la figura di Stefano Pelloni. In questo caso, però, “Stuvanè” è solo un pretesto per avvicinare Luigi Diberti, attore che lo interpretò  nello sceneggiato televisivo trasmesso sulla allora rete due della Rai nel dicembre 1977. Diberti è un interprete di consolidata esperienza, maturata in ambito teatrale, cinematografico e televisivo. Una carriera che attraversa gli ultimi quarant’anni, con i registi più importanti. Da Antonioni, Bolognini, Petri, Risi, Wertmuller fino ad Avati, Muccino, Ozpetek, Giordana per il cinema; Ronconi e Strehler, due nomi su tutti, per il teatro. Un artista che unisce l’attività televisiva (il recente “Tutti pazzi per amore”) a quella teatrale (nell’ultima stagione il pirandelliano “Vestire gli ignudi” con Vanessa Gravina). Senza mai arroccarsi in ruoli prevedibili. Come nella recente partecipazione al film “In carne ed ossa”, opera prima di Christian Angeli, con Alba Rohrwacher e Maddalena Crippa.
Il Passatore, trentatre anni dopo. Il viso di Diberti non ha perso magnetismo, basta un’espressione per ricordare lo “sguardo truce” che nei bandi delle legazioni pontificie era stato inserito come connotato determinante per riconoscere il brigante di Boncellino.


Come avvenne la chiamata per interpretare questo ruolo e che cosa sapeva del Passatore?


Mi fu semplicemente offerto. Ero sorpreso, fu una delle prime volte in cui mi veniva proposto una parte da protagonista, quando di solito il ruolo principale te lo devi conquistare con i provini. Chiesi a Edmondo Ricci, il produttore, se era sicuro, se aveva fatto bene i suoi conti. Del Passatore sapevo quello che sapevano tutti, cioè poco o niente. Quello che ricordavo erano i versi pascoliani “Passatore re della strada, re della foresta”, insomma quelle che cose che arrivano dalla scuola e che tu lasci nella memoria perché sono versi facili.


A questo punto doveva immedesimarsi nel personaggio. E qui entrano in scena Tonino Guerra e Pietro Zucchi che curarono l’adattamento televisivo.


Quando lessi la storia scritta da quel grande che è Tonino Guerra sinceramente rimasi molto colpito. Guerra seppe sfiorare la complessità del fenomeno del brigantaggio. E fui contento per il fatto che potevo studiare e leggere di un personaggio del quale sapevo poco o nulla, in un periodo storico davvero interessante come quello della metà dell’ottocento in Romagna.  Per prepararmi lessi sia “Il fucile di Papa della Genga” sia “Fatti memorabili della banda del Passatore” di Francesco Serantini, oltre a varie pubblicazioni sui briganti in Romagna.


La lavorazione dello sceneggiato fu realizzata in Romagna soltanto per le scene in esterna?


Fu girato tutto in Romagna, nel 1976 per l’esattezza, senza ricorrere a teatri di posa. Partimmo da Lugo, poi a Castrocaro, Forlì, Ravenna, Bagnacavallo, Russi e ancora Iomla e Frampull (le cita con la pronuncia dialettale, ndr). Ricordo ancora alcune battute, quando girammo a Forlimpopoli, proprio nel teatro, la scena dell’occupazione: “Mè a j ho al cév ad Frampull, e stasera i padrù a sé’ nuitar” oppure “Trombonista sona sta musica ch’iqué!”. Per alcune scene girate in esterne, nelle zone del fiume Lamone o nelle campagne del ravennate, si iniziava all’alba, anche alle quattro del mattino. Era pieno inverno e per fortuna che un elettricista della troupe ci preparava bruschette sulla brace con un peperoncino talmente forte da assicurarci l’energia per affrontare quelle mattinate gelide.


La dizione dialettale fu un ostacolo difficile da superare?


L’ho studiato, certo, aiutato anche da una compagna di lavoro di Imola che mi disse: “Guarda che io ti insegno la dizione che abbiamo a Imola, ma già a venti chilometri diranno che sei straniero”. Forse era una dizione con un accento più imolese... d’altra parte non si può accontentare tutti.


Che riscontro ebbe lo sceneggiato?


Ebbe un buon riscontro ma non trionfale. Forse perché la scrittura del Passatore, l’immagine che ne fu data, non lo leggeva come eroe ma come “personaggio possibile”. In più c’era tutta una puntata, questo lo ricordo bene, dove il cadavere di Pelloni viene esibito nei paesi per far sapere che era stato ucciso. Insomma, non proprio il massimo della spettacolarità. Nella realtà storica di allora però fu il modo per dimostrare in modo inequivocabile a tutti che la sua avventura era finita. Con una certa preveggenza rispetto ai tempi attuali, dato che solo pochi mesi fa sono state riesumate le spoglie di Salvatore Giuliano per accertarne l’effettiva identità.